
Premessa
Nel marzo 2015 sono stata ospite dell’Associazione art. Tre di Salerno, per un’iniziativa dedicata alla filosofa alessandrina Ipazia1, alla quale ho dedicato molti anni di studio2.
La buona sorte ha voluto che le mie ospiti mi alloggiassero nella Salerno longobarda, nei pressi dei luoghi che videro anche il fiorire della Scuola medica. Si trova qui la chiesa di San Pietro a Corte, che in quei giorni,
grazie ai volontari del Gruppo Archeologico Salernitano, era aperta al pubblico. Varcata la soglia della chiesa, sono stata condotta attraverso la storia della Scuola medica, fino al culto di Santa Caterina di Alessandria3 e da qui alla visita al sepolcro di Socrate, notabile bizantino che visse e morì a Salerno alla fine del V secolo.
Si chiama Socrate ed era di Costantinopoli anche una delle principali fonti storiche su Ipazia: meglio noto come Socrate Scolastico, fu un notabile, forse avvocato e per certo storico della Chiesa, di cui raccontò le vicissitudini dalle origini fino agli anni del governo di Teodosio II4.
La data presunta di nascita di questo Socrate (380 ca.) fa escludere che egli sia il Socrate notabile bizantino di Salerno5, ma la provenienza geografica e la prossimità temporale dei due personaggi induce a non escludere un collegamento tra loro.
Anche il culto di Santa Caterina d’Alessandria, controfigura cristiana della filosofa Ipazia6, e il fiorire della Scuola medica a Salerno, sono indizi di una possibile influenza del contesto culturale cui appartenne Socrate di Costantinopoli e, quindi, un collegamento tra il ‘Socrate salernitano’ e il suo predecessore che visse nella capitale bizantina.
Di Socrate di Costantinopoli cessiamo di avere notizie dopo il 442-443, anno in cui l’imperatrice Eudocia, grazie ai cui favori egli aveva potuto esprimere
il suo pensiero7, caduta in disgrazia, lasciò Costantinopoli per un esilio che durò tutto il resto della sua vita.
Socrate di Costantinopoli: il paradosso di un elleno cristiano
Non è certa la data della sua nascita né quella della sua morte, ma dalla sua opera – la Storia Ecclesiastica – deduciamo che nacque tra il 380-390 e morì dopo il 442 d. C.8
La Storia Ecclesiastica è la principale fonte anche per gli altri particolari della sua vita: nel corso della narrazione storica, infatti, Socrate nomina i suoi maestri, uomini noti al tempo come esponenti di contesti culturali e politici significativi. Da questi legami possiamo trarre alcune considerazioni che riguardano non tanto la sua vita nel dettaglio personale bensì la sua collocazione politica e la sua appartenenza culturale.
Seguiamo queste tracce e poche altre per lasciare emergere un profilo che non restituirà l’uomo che fu Socrate, ma che permetterà almeno di intuire i moventi che lo spinsero a scrivere l’opera nella quale troviamo una delle più importanti testimonianze sulla filosofa Ipazia.
Visse a Costantinopoli e con ogni probabilità appartenne a una famiglia sufficientemente abbiente da sostenerlo in un curriculum di studi superiori che gli diede solide basi di giurista e un ampio spettro di conoscenze e relazioni. La sua famiglia scelse per lui un nome di indubbia origine ellenica e ispirato a un maestro di pensiero che lo storico della Chiesa non
mancherà di menzionare nel corso della sua opera9.
La tradizione tarda gli abbinò poi l’epiteto di ‘Scolastico’ e in questo binomio lo ha consegnato al tempo presente10.
La scelta del nome Socrate potrebbe far pensare a una famiglia pagana in senso pieno, ma nulla della sua testimonianza conferma questa supposizione. Elleni furono per certo due dei suoi primi maestri, i grammatici11 Elladio e Ammonio, che erano giunti a Costantinopoli nel 391-392 in fuga da Alessandria, dove avevano ricoperto rispettivamente il ruolo di sacerdote di Zeus e del dio Api nel tempio di Serapide12.
Il fatto che Socrate abbia seguito le lezioni di maestri pagani non è da intendere come prova di una sua possibile nascita da genitori pagani: in questa fase della tarda antichità, infatti, la scuola pubblica è gestita prevalentemente da professori che sono di formazione, cultura, appartenenza ellenica13
Nel quinto libro della Storia Ecclesiastica egli riferisce di aver seguito le loro lezioni e ascoltato i loro racconti: da essi dipende la testimonianza dello storico sugli stravolgimenti della città di Alessandria alla fine del IV sec.. Dopo la rovina del tempio di Serapide14 e l’esposizione a pubblico ludibrio dei loro oggetti di culto, gli Elleni di Alessandria, «in particolar modo quanti si dedicavano alla filosofia»15, reagirono violentemente uccidendo molti cristiani. Poco dopo, spaventati dalla loro stessa reazione e dalle conseguenze che ne sarebbero derivate, si diedero alla fuga dalla città.
Socrate sembra provare empatia per i pagani e contrarietà per la violenza dei cristiani, che avevano addirittura esposto a ludibrio l’unica statua del tempio che non era stata fusa nel fuoco16, ma prende le distanze
dal grammatico Elladio, il quale «usava gloriarsi per il fatto che nel conflitto, di sua mano, aveva ucciso nove uomini»17.
Il comportamento del grammatico, infatti, non assurge all’esemplarità morale di chi sta più a cuore allo storico18 e segna una distanza tra lui e quel suo antico docente. Diverso è il caso di Assuanonte, un altro maestro degli anni giovanili di Socrate, che rientra nel novero delle figure storiche che nella Storia Ecclesiastica rivestono un valore paradigmatico, sia dal punto di vista morale sia per l’evolvere della Chiesa cristiana19.
Da Socrate sappiamo che, al tempo in cui ne fece conoscenza, Aussanonte era un vecchissimo20 presbitero della Chiesa di Costantinopoli. Socrate lo
aveva conosciuto quando lui stesso era «molto giovane»21.
Aussanonte è la memoria vivente di eventi storici di grande rilevanza nella Chiesa, come quelli intercorsi a Nicea nel sinodo del 325, cui aveva preso parte in modo indiretto in quanto giovane discepolo di Acesio, vescovo «della setta dei Novaziani»22.
Come discepolo di Acesio, Aussanonte era stato introdotto alla dottrina novaziana, allo stesso modo in cui ora Socrate viene accompagnato alla conoscenza di questa storia dal vecchio Aussanonte: un rapporto nel quale «si ravvisa una forma di discepolato che ritorna nella Storia anche per l’insegnamento laico: il tema della coppia all’interno di una traditio o di una successione (diadoché) è uno schema caro a Socrate, basato essenzialmente sul rapporto vecchio-giovane»23.
Attraverso Aussanonte, infatti, Socrate ha accesso diretto alla conoscenza della dottrina novaziana delle origini.
Se dunque per noi è perduta la possibilità di ricostruire il contesto in cui avvenne questa trasmissione di sapere, è possibile però riconoscere tra Socrate e Aussanonte un rapporto di paideia nel quadro di una trama di incontri di cui la Storia Ecclesiastica ci fa giungere l’eco. Questo implica una relazione pedagogica profonda: è segno appunto di un legame formativo che ha la rilevanza di nodo di trasmissione nell’ambito di una tradizione.
Attraverso Aussanonte, quindi, Socrate entra a pieno titolo nella trasmissione pedagogica della Chiesa novaziana che si tramanda di maestro in discepolo nella triade Acesio-Aussanonte-Socrate e questa collocazione fa di Socrate uno storico della Chiesa al limite di quella che proprio in quegli anni si impose come la Chiesa ‘dominante’24.
Lo scisma di Novaziano ebbe molta fortuna in Oriente e significativa fu la sua presenza in Costantinopoli al tempo della giovinezza e maturità di
Socrate25, quando la legislazione imperiale aveva già cominciato a segnalare questo gruppo come una setta potenzialmente perseguibile. La prima legge che li menziona tra gli eretici è datata al 423 (Cth. XVI, V,
59). Di fatto, però, persecuzioni vennero messe in atto anche prima di questo editto, soprattutto per iniziativa dei vescovi di Roma e Alessandria; a Costantinopoli godettero di benevolenza e protezione nel periodo in
cui Teodosio II fu affiancato al potere dalla moglie Eudocia, donna legata agli ambienti elleni conservatori.
È lo stesso periodo in cui viene composta la Storia Ecclesiastica.
La prossimità del giovane Socrate ai Novaziani, quindi, lungi dall’essere segno di distanza dall’ambiente ellenico è, al contrario, la cifra per capire il paradosso di un cristiano elleno, quale fu appunto il nostro storico
della Chiesa26.
Quale sia questo paradosso e come si manifestasse anche ai suoi contemporanei lo si evince da un aneddoto su Sisinnio, vescovo della Chiesa novaziana di Costantinopoli al principio del V sec., rappresentato
da Socrate come uno degli illustri esempi del vero spirito cristiano: «Era un uomo […] illustre e profondamente dotto in filosofia, assai esperto di dialettica, portato più di tutto a interpretare le scritture, tanto
che l’eretico Eunomio ne evitava la potenza dialettica.
Il suo tenore di vita non era semplice; viveva in somma saggezza sì, ma in modo sontuoso. Viveva da signore, vestito di bianco, lavandosi sempre ai bagni pubblici, due volte al giorno. Se qualcuno gli chiedeva perché mai, pur essendo vescovo, si lavasse due volte al giorno, rispondeva che tre volte non gli sarebbe riuscito. Un’altra volta, vedendo il vescovo Arsacio in
occasione di un festeggiamento, interrogato da uno del seguito come mai portasse un abito indegno di u vescovo e dove stesse scritto che il sacerdote si debba vestire di bianco, esclamò: «Dimmi tu prima dove sta
scritto che il vescovo debba portare un abito scuro».
Trovandosi l’altro in difficoltà a rispondere, Sisinnio aggiunse: «Tu non puoi dimostrarmi che il sacerdote debba vestire di scuro. Invece Salomone mi raccomanda: ‘Siano bianchi i tuoi vestiti’; inoltre il Salvatore nei Vangeli mostra di usare vesti bianche e agli Apostoli fece vedere Mosè ed Elia vestiti di bianco»27.
Il dialogo mostra lo scarto tra un uomo cristiano, Sisinnio, che coltiva uno stile di vita e una ritualità squisitamente ellenica (le abluzioni ai bagni pubblici, la veste bianca, la dedizione ai riti di purificazione come
premessa per il culto) e un uomo cristiano che, invece, ha già adottato il punto di vista della religiosità cristiana che poi prevarrà nel tempo e dal cui punto di vista noi oggi leggiamo quello stesso dialogo (l’abito nero, il giudizio negativo sulla sontuosità che non si addice alla scelta di povertà come opzione morale della Chiesa, il rovesciamento della maggior parte dei riti di purificazione)28.
Ma il tratto ellenico della religiosità novaziana non si limita a questo. Ben più significativo è il punto che riguarda la corretta ascesa al divino, possibile a colui che non cade in errore per la paura della persecuzione, e che rimane retto al cospetto di Dio. L’uomo giusto novaziano, che nel corso della persecuzione non cade in tentazione e non abiura la sua fede, è assimilabile a colui che, nella metafora del seminatore29, corrisponde
al terreno buono; i lapsi, coloro che abiurano la propria fede, sembrano invece corrispondere al terreno solo in apparenza buono. L’uomo giusto novaziano quindi è assimilabile al terreno buono che, nella cultura ellenica,
ha un corrispettivo teorico nell’uomo ‘nobile d’animo’ (gennaίov), colui che, grazie alla sua qualità di natura, può intraprendere il cammino della perfezione che assimila a Dio. Questo modello è molto distante dal
modello cattolico penitenziale e ugualitario che comincia a prevalere già nel IV sec. d. C. e che demanda la salvezza al perdono mediato dalla figura sacerdotale.
È quindi la pratica religiosa, e non la dottrina di fede, che mantiene i Novaziani prossimi agli ambienti filosofici elleni – elitari e tuttavia, democratici – più che non agli ambienti cristiani cattolici egualitari e gerarchici che si consolidano nel IV-V sec. d. C.
Emblematico, a questo riguardo, il dialogo – che Socrate riporta nel libro I – tra il vescovo novaziano Acesio e l’imperatore Costantino in occasione del
sinodo di Nicea che, tra le altre cose, sancisce lo scisma tra Novaziani e cattolici: alla domanda di Costantino «Perché ti separi dalla comunione
(koinwnίa)?», Acesio illustrò i fatti del periodo di Decio, accaduti durante la persecuzione, esaltò il rigore dell’inflessibile regola (toΰ aυsthroΰ kanόnov) della Chiesa: non si doveva cioè ritenere degni della comunione dei divini misteri coloro che, dopo il battesimo, avevano commesso un peccato che conduce alla morte, secondo l’espressione delle divine scritture, bensì avviarli alla penitenza, perché la speranza della remissione si riceveva da Dio e non dai sacerdoti; solo lui infatti ha il potere e l’autorità di rimettere i peccati.
A queste parole di Acesio l’imperatore rispose: «Acesio, prendi una scala e ascendi in cielo da solo (mόnov anabhqi eiv ouranόn)!»30.
Socrate sposa il punto di vista di Acesio: è per questo che la sua Storia Ecclesiastica dà ampio spazio alle vicende della Chiesa novaziana ed è significativamente costellata delle storie di vita dei personaggi illustri che
realizzano in terra l’ideale di ascesa al divino qui messo in campo dal vescovo novaziano. La Storia Ecclesiastica va alla ricerca dei bioi, delle vite dei migliori, considerati esempi possibili di un modo di essere Chiesa e popolo cristiano alternativo al modo di essere Chiesa di potere che al tempo di Socrate sembra ormai prevalente. È per questa via che Socrate incontra Ipazia31 ed è in questa struttura di significati che lo storico ritiene opportuno dare alla filosofa ellena tanta attenzione.
La storia di Ipazia compare nel mezzo di una galleria di ritratti di saggi, per lo più cristiani, che con la loro saggezza sono la realizzazione in terra di un ideale religioso di tensione al divino che secondo Socrate – cristiano di cultura ellena – realizza il vero ideale del cristianesimo. L’affermazione è paradossale e come tale non implica la conversione di Ipazia al cristianesimo ma, al contrario, rimanda all’esistenza di un cristianesimo
strutturato in modo tale da potersi permettere di avere tra i suoi punti di riferimento una donna ellena: «Per la magnifica libertà di parola e azione (parresia) – scrive Socrate –, che le veniva dalla sua cultura (paideia), Ipazia accedeva, in modo assennato, al cospetto dei capi della città; non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini. Infatti, a causa della sua straordinaria saggezza, tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale. Per questo motivo allora l’invidia si armò (contro di lei)»32.
Il ruolo centrale nel discorso di Socrate è rivestito dalla cultura: è l’acquisizione della paideia che permette a Ipazia di esercitare la libertà di parola e azione (parresia)33 che la mette al centro della scena politica della città, al punto da far sorgere contro di lei l’invidia. Un’invidia che si materializza nello scontro frontale tra lei e il neo insediato vescovo della città, Cirillo di Alessandria, al quale lo storico fa risalire la responsabilità politica del suo assassinio.
Socrate di Costantinopoli, cristiano praticante ma critico della configurazione che la Chiesa dominante stava assumendo, colloca Ipazia tra gli esponenti di un ideale che fa da modello per uno stile di vita che si
sostanzia nella capacità di incontrare Dio e di aspirare al suo perdono attraverso la cultura intesa come esercizio della ragione a partire dalla conoscenza di sé e dalla lettura dei testi, attraverso la condivisione della
responsabilità nella gestione della cosa pubblica.
Questo stile di vita – che è anche uno stile di esercizio di potere – va in rotta di collisione con il cattolicesimo che si incarna in Cirillo, vescovo di Alessandria dedito alla ricerca di un potere che, sempre a detta di Socrate, era andato «oltre il limite consentito all’ordine sacerdotale»34.
Quando egli scrive queste pagine della Storia della Chiesa, incancellabile accusa verso gli uccisori di Ipazia e testimonianza di un cristianesimo quale
avrebbe potuto essere, la sua opzione di vita e di pensiero è già residuale, ma è temporaneamente sostenuta dall’imperatrice Eudocia, emula di Ipazia
e a sua volta protagonista del settimo e ultimo libro dell’opera storiografica di Socrate35.
Con il 443, anno della caduta in disgrazia di Eudocia, torna al potere l’imperatrice Pulcheria, sorella di Teodosio II e stretta alleata del vescovo di Alessandria. La sorte dello storico segue quella della sua imperatrice e perdiamo traccia di lui: non sappiamo se continuò a vivere, se rimase a Costantinopoli ritirandosi dalla scena pubblica o se trovò riparo in altra città dell’Impero dove il cristianesimo che gli stava a cuore aveva ancora possibilità di esprimersi.
Se usciamo dal campo delle certezze e apriamo il capitolo delle ipotesi da verificare, la presenza di un Socrate bizantino a Salerno, più giovane di Socrate di Costantinopoli ma non così distante dal punto di vista cronologico, potremmo aprire una pista di indagine che verifichi se ci sono elementi sufficienti per connettere le due personalità in un legame familiare o di simpatia culturale. La pista di ricerca potrebbe riguardare la presenza di tracce di cristianesimo novaziano a Salerno nella metà del V sec. d. C. e, perché no, l’effettiva presenza qui di un culto riservato a Santa Caterina d’Alessandria, che permise alla storia di Ipazia di attraversare i secoli, portando immutato il messaggio di una autorità scientifica femminile36 che fu patrona di ingegni e di vite libere delle mediche salernitane.
Note
- Ipazia e il suo pensiero, Art. Tre, Salerno 8 marzo 2015.
- Una parte di questo lavoro è stata pubblicata da Editori Riuniti nel 1993 e ristampata nel 2014 (BERETTA 20142 (1993)).
- Sull’interpretazione degli affreschi presenti in San Pietro a Corte rimando all’articolo di MOLES 2013, che mette in forse l’identificazione della Santa degli affreschi con Santa Caterina.
- L’edizione e traduzione più recente di Socrate è a cura di P. Maraval (SOCRATE DE CONSTANTINOPLE 2004; 2007), che si basa su SOKRaTES 1995.
- Per le date di Socrate di Costantinopoli cfr. infra; per le date di Socrate di Salerno cfr. LAMBERT 2013, pp. 50-51: Socrate di Salerno muore a 48 anni il 18 novembre 497.
- Sul collegamento tra Ipazia e Santa Caterina di Alessandria, cfr. BERETTA 20142, pp. 293 -295; BRONZINI 1960, p. 296.
- HOLUM 1982, pp. 112-146 sottolinea la temperie liberale che caratterizzò il periodo in cui Eudocia, sposa di Teodosio II, lo affiancò al governo dell’Impero d’Oriente.
- MARAVAL 2004, p. 9 ritiene che la morte di Socrate sia da collocare prima dell’esilio di Eudocia, avvenuto tra la fine del 441 e l’inizio del 442.
- FERRARINI 1979, p. 129 rimanda al Codice Marcianus Z 339, f. 180.
- FERRARINI 1979, p. 179.
- Nella tarda antichità la professione di grammatico corrisponde a quella che nella nostra contemporaneità svolgono i maestri elementari (cfr. MARROU 1966, pp. 363-373).
- Sul dio scimmia o Api (Thoth), cfr. FOWDEN 1986, pp. 167, nota 44; 183. Sulla presenza dei filosofi-sacerdoti nel Serapeo, cfr. CRACCO RUGGINI 1981.
- In proposito, cfr. CHUVIN 1991, p. 18. Il ruolo degli intellettuali elleni nella scuola pubblica imperiale di tutti i livelli avrà termine solo con l’editto di Giustiniano nel 529 d. C..
- La distruzione del grande tempio di Serapide risale al 391 d. C., in coincidenza della politica di Teodosio I a sostegno dei vescovi cattolici.
- SOCR. Hist. Eccl. V, 16.
- Id., ibid.
- Ibidem.
- Tra questi personaggi sono Socrate, Platone, Aristotele, Plotino, Marco Aurelio, Origene, i novaziani Acesio e Aussanonte e altri che compaiono nel VII e ultimo libro: Antemio, Troilo, Attico, Giorgio e Timoteo, Crisanzio, Paolo, Acacio, Oreste, Ipazia, Atenaide/Eudocia, Teodosio II, Filippo di Sido, Sisinnio, Silvano di Troas, Proclo.
- FERRARINI 1979, p. 139.
- SOCR., Hist. Eccl., I, 10: palaiόv; Hist. Eccl.,I, 13: makrobiώtatov; Hist. Eccl., II, 38: makrocroniώtatov, geraίtatov.
- SOCR. Hist. Eccl. I, 13.
- L’origine dei Novaziani risale al tempo successivo alla persecuzione di Decio, che aveva generato il fenomeno dei cosiddetti lapsi o caduti, cristiani battezzati che, davanti alla minaccia della tortura, avevano abiurato la loro fede per ritornare a professarsi cristiani dopo lo scampato pericolo. Novaziano, un illustre presbitero della chiesa romana del III sec. dissentì dalla facilità con cui successivamente venne accolto nuovamente in seno alla chiesa chi aveva abiurato il cristianesimo. Novaziano si staccò dalla Chiesa ‘dominante’ dando vita a un vero e proprio scisma. Socrate di Costantinopoli è una delle più importanti fonti sui novaziani (CURTI 1980, p. 313).
- FERRARINI 1979, p. 147.
- Anche Socrate indica i novaziani come una ‘setta’ (qrhskeίa) ma questo appellativo, secondo FERRARINI 1979, p. 129, non ha necessariamente una connotazione negativa.
- È possibile che la famiglia di Socrate fosse novaziana: questa ipotesi non trova una conferma esplicita nella Storia Ecclesiastica, ma si giustifica a partire dall’alta considerazione che Socrate ebbe nei loro confronti.
- Oggi il paradosso si dovrebbe esprimere correntemente in questo modo: un ‘cristiano pagano’. Il termine pagano e il termine elleno, infatti, sono la traslitterazione di un epiteto antico formulato in due lingue diverse: quella latina (paganus) e quella greca (elleno). La lingua moderna, tuttavia, conserva per il termine elleno una connotazione culturale e riserva una connotazione religiosa per il termine pagano; così, mentre non ci sembra un paradosso l’espressione ‘cristiano elleno’, può sembrarci invece tale l’espressione ‘cristiano pagano’. Per la mentalità tardoantica la differenza tra cultura e religione era alquanto sottile, per quanto ben presente: la religione, infatti, si radica e si contestualizza in una serie di ritualità che discendono direttamente dalle premesse culturali. Nel mondo tardoantico, al momento del passaggio dal mondo ellenico a quello cristiano, avviene il ribaltamento proprio di queste ritualità e questo finisce per separare radicalmente gli ambienti cristiani da quelli ellenici, portando progressivamente poi alla fine del mondo ellenico con il prevalere dei presupposti culturali e rituali degli ambienti cristiani.
- SOCR., Hist. Eccl. VI, 22 (trad. FERRARINI 1979).
- Devo questa analisi a ATHANASSIADI 2006, pp. 224-226.
- Cfr. i Vangeli di MaRCO, 4, 13-20; MaTTEO, 13, 18-23.
- SOCR., Hist. Eccl., I, 10. Il tema dell’ascesa al cielo rimanda alla filosofia platonica, per tramite degli ambienti filosofici neoplatonici. Su questo aspetto – e sulla connessione con la filosofia di Ipazia – rimando a BERETTA 2012.
- Dal punto di vista storico, la connessione più prossima tra Ipazia e Socrate fu il suo maestro di filosofia Troilo, già amico e corrispondente di Sinesio, allievo di Ipazia e consigliere politico di Antemio, che nell’infanzia di Teodosio I resse le sorti dell’Impero d’Oriente. A Troilo Socrate dedica parecchi passaggi della Storia Ecclesiastica (di particolare importanza il cap. VII, 1).
- SOCR., Hist. Eccl., VII, 15.
- Per un approfondimento sul concetto di parresia anche nella filosofia di Ipazia, cfr. FERRANDO 2012.
- SOCR., Hist. Eccl., VII, 7.
- SOCR., Hist. Eccl., VII, 21. 36 Sul concetto di autorità scientifica femminile, cfr. in part. Ipazia 1992.
Fonti e Bibliografia
- SOCRaTE dE CONSTaNTINOPLE, Histoire ecclésiastique, MARAVAL P. (ed.), Paris 2004 (vol. I); 2007 (vol. VII).
- SOKRaTES, Kirchengeschichte, HANSEN G. C. (ed.), mit Beiträgen von SIRINJAN M., ‘Griechische Christliche Schriftsteller’, NF 1, Akademie Verlag, Berlin 1995.
- ATHANASSIADI P. 2006, La lutte pour l’orthodoxie dans le Platonisme tardif: de Numénius à damascius, Paris.
- BERETTA G. 2012, Il segno politico di Ipazia nella poesia civile di Pallada, in ‘Itinera’, 4, pp. 1-19.
- BERETTA G. 20142 (1993), Ipazia d’Alessandria, Roma.
- BRONZINI G. B. 1960, La leggenda di Santa Caterina d’alessandria. Passioni greche e latine, in ‘Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei’, «Memorie, Classe di scienze morali», VIII, sez. IX, pp. 257-416.
- CHUVIN P. 1991, Chronique des derniers Païens, Paris.
- CRACCO RUGGINI L. 1981, L’imperatore, il Serapeo e i filosofi, estr. da Religione e Politica nel mondo antico, contributi dell’Istituto di storia antica, vol. VII, Milano.
- CURTI C. 1980, Lo scisma di Novaziano nell’interpretazione dello storico Socrate, in atti del Convegno ‘La storiografia ecclesiastica nella tarda antichità’, Erice 3-8-1978, Messina, pp. 313-333.
- FERRANDO S. 2012, Michel Foucault: la politica presa a rovescio. La pratica antica della verità nei corsi del Collège de France, Milano.
- FERRARINI A. 1979, Eresia e storia ecclesiastica. Contributi novaziani alla storiografia di Socrate (Scolastico), in ‘Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia di Padova’, 4, pp. 127-185.
- FOWDEN G. 1986, The Egyptian Hermes, Cambridge.
- HOLUM K. G. 1982, Theodosian Empresses. Women and Imperial dominion in Late antiquity, Berkeley.
- Ipazia 1992, Ipazia. autorità scientifica, autorità femminile, Milano.
- LAMBERT C. 2013, I documenti epigrafici, in Salerno. Una sede ducale della Longobardia meridionale, PEDUTO P. – FIORILLO R. – COROLLA A. (ed.), Spoleto, pp. 45-59.
- MARAVAL P. 2004, Introduction et notes, in SOCRaTE dE CONSTaNTINOPLE, vol. I, pp. 9-34.
- MARAVAL P. 2007, Introduction et notes, in SOCRaTE dE CONSTaNTINOPLE, vol. VII, pp. 7-13.
- MARROU H. I. 1966, Storia dell’educazione nell’antichità, Roma.
- MOLES M. 2013, San Pietro a Corte e Santa Maria de’ Lama (Salerno). Ulteriori elementi per una rilettura degli affreschi, in ‘Salternum’, 30-31, pp. 73-83.
Versione inglese: https://wordpress.com/post/gemmaberetta.com/11