Ipazia, astronoma e filosofa, al crocevia tra due epoche

La ricerca che è all’origine di questo articolo affonda le sue radici nei miei studi universitari sostenuti dal Premio Clementina Gatti dall’Università degli Studi di Milano nel 1996. Più recentemente ho ripreso il lavoro stimolata dalle pubblicazioni di A. Belenkiy che, per vie diverse, arriva a conclusioni su Ipazia astronoma analoghe a quelle che già allora avevo formulato e poi lasciato nel cassetto. È questo oggi il mio contributo alla ricerca su Ipazia: lo rilancio perché possa stimolare nelle future generazioni lo slancio all’approfondimento.
L’articolo è stato pubblicato nel volume ‘Il genio femminile nell’antichità’ a cura di Stefano Bruni e Maria Serena Funghi, Accademia Toscana di Scienze e Lettere “La Colombaria” 2024. Lo pubblichiamo anche nella versione inglese autorizzata dalla casa editrice
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Immersa in un alone mitico, favorita da un clima eccezionalmente favorevole e ricca di un passato di splendore ancora testimoniato da grandi monumenti come il tempio di Iside e Serapide: così Alessandria d’Egitto appare al viaggiatore e storico Ammiano Marcellino che la visitò tra il 363 e il 366 d.C.1 . Altra è l’Alessandria ritratta dal poeta Pallada2, che scrive nel periodo immediatamente successivo alla distruzione di questo tempio (391/392), quando, il vescovo cattolico della città, Teofilo, dopo aver deturpato i luoghi sacri e fatto fondere le statue per ricavarne metallo prezioso, ne espose a ludibrio gli oggetti di culto3. La fuga dei filosofi-sacerdoti dal Serapeo segna la fine di un modo di fare cultura, ma non ancora la fine di un’epoca. Nel 393, Sinesio, un giovane della aristocrazia cristiana della Cirenaica, percorrendo con i mezzi di allora più di 800 chilometri4, giunge ad Alessandria per partecipare alla scuola di Ipazia. Dopo la devastazione, dunque, grazie a Ipazia, Alessandria torna a essere un polo di cultura che richiama studenti da tutto l’Impero romano di Oriente5. Scrive una fonte coeva:

ereditò la scuola platonica che era stata richiamata in vita da Plotino, e spiegava tutte le discipline filosofiche a chiunque lo desiderasse. Perciò chiunque desiderasse pensare in modo filosofico correva da lei da ogni parte6.

È qui uno degli elementi di genio di Ipazia: in un momento drammatico, la sua scuola diventa il contesto di formazione degli uomini che per vent’anni governeranno l’Impero Romano d’Oriente7. Ipazia non appartiene alla gerarchia sacerdotale ellenica, non parla dal Serapeo, non è una sopravvissuta del gruppo dei filosofi sacerdoti8. Ipazia sembra piuttosto parlare dal Museo9, uno dei centri di ricerca scientifica letteraria, filosofica e medica più noti del mondo ellenistico, che in questo momento non è toccato dal conflitto che si scatena attorno ai luoghi di culto elleni.
Teone, il padre di Ipazia, è ricordato come l’ultimo direttore del Museo10. Teone fu maestro appassionato11 e autore di una monumentale produzione di commentari che hanno permesso la sopravvivenza di opere che sarebbero oggi altrimenti perdute. Le fonti tramandano che anche Ipazia cominciò ad affrontare gli studi matematici alla scuola del padre12 e la sua opera è anche la testimonianza più antica che ci parla di lei. Nella intestazione del commento al III libro del Sistema matematico di Tolemeo,
Teone scrive:

Commento di Teone di Alessandria al terzo libro del Sistema matematico di Tolemeo. Edizione controllata (παραναγνϝσqειβσξς) dalla filosofa Ipazia, mia figlia13.

Questa, che è la testimonianza più antica sull’attività scientifica di Ipazia, indica anche che Teone attribuiva alla figlia il merito di esserne co-autrice per la sua parte più difficile. Il verbo παραναγιγνϝβσϰειν rimanda infatti al lavoro di rifacimento dei calcoli. Deakin attira l’attenzione sull’innovazione che costituisce il “tabular approach” ai calcoli che compare in questo libro:

the method employed in a long division performed in Book III (on the sun) differed from that explained in Book I (on mathematical technique). The method in Book III employs a tabular approach, whereas the one in Book I does not; this latter is less systematic and in fact inferior.
[…] it is appropriate to remark that a tabular approach is much closer to later versions of the long division algorithm, and represents a clear improvement over that outlined in Theon’s Commentary on Book I. What we are dealing with here is efficiency of computational technique, and, although the long division algorithms occur in an astronomical context, they are of a more general application than this
14.

La superiorità di Ipazia rispetto al padre Teone viene rilevata anche da una fonte coeva:

Ipazia, figlia di Teone, apprese dal padre le scienze matematiche ma divenne molto migliore del maestro, soprattutto nell’arte dell’osservazione degli astri, e introdusse molti alle scienze matematiche15.

Nel catalogo delle sue opere, tramandato dalla Suda (IX sec. d.C.) che legge Esichio, un autore attivo a Costantinopoli nel VI sec., si trova traccia di un’opera che esce dal genere del commentario:

Scrisse un commentario a Diofanto, il Canone astronomico, un commentario alle Coniche di Apollonio16.

Nella sua edizione della Suda Ada Adler non accoglie la forzatura operata sul testo greco da Tannery, il quale, forse non ritenendo possibile la presenza di un’opera astronomica originale al tempo di Ipazia, inserì un “a” davanti a Canone astronomico17. Restituito alla sua forma corretta18, il passo lascia finalmente aperto l’interrogativo su contenuto, funzione e possibile sopravvivenza nella tradizione del Canone astronomico di Ipazia. È convinto di questo anche Deakin:

The way is now open for us to interpret the “astronomical table” as the tabular method of long division, introduced in her version of Book III of the Almagest. True, a new method (or more accurately a revised and more systematic approach to an older method) of long division is not
necessarily astronomical, but the context in which it is presented most definitely is, and the innovation consists precisely in the construction of a table
19.

Secondo lo studioso dunque, il Canone astronomico coinciderebbe con le tavole di calcolo che si trovano nel commentario di Teone al III libro del Sistema matematico, e questo metodo, realizzando un approccio tabulare al calcolo, costituisce un effettivo avanzamento rispetto a quello utilizzato fino a quel momento. Il termine “astronomico” abbinato a canone fa un po’ traballare questa lettura e Deakin ritiene che esso richiami il contesto astronomico in cui sono inserite queste tavole. Ma perché a questo punto non credere alla fonte che tramanda di un vero e proprio Canone astronomico? È utile a riguardo sottolineare che nella tradizione precedente a Ipazia non vi è altra opera che porta questo titolo e che non si dà nemmeno alcuna associazione significativa tra il termine “canone” e “astro’, “astronomico’, “astrale’20.

Sinesio mostra verso la tradizione di cui si sentiva erede la gratitudine di chi sta ancora facendo ricerca:

Bisogna esser comprensivi con codesti uomini [Ipparco e Tolemeo], se lavorarono su mere ipotesi, poiché le più importanti questioni non erano state ancora risolte e la geometria era ancora ai suoi primi vagiti […] i primordi della scienza sono presi dalla ricerca del necessario, il suo sviluppo da quella della perfezione21.

Alla scuola di Ipazia Sinesio aveva appreso a disporsi in modo libero nei confronti della tradizione nel cui alveo si collocava per via di maestra e ad avere coscienza del fatto che tra il tempo in cui vive e pensa e il tempo di Ipparco e dello stesso Tolemeo, la matematica ha fatto dei progressi tali da dare a lui il senso che là si fosse al principio di un’opera e qui al suo compimento22. L’ipotesi che avanzo alla luce di queste osservazioni è che il Canone astronomico di Ipazia contenesse le tavole di calcolo di cui si trova traccia nel commento di Teone al III libro del Sistema matematico, rese autonome dal corpus del commentario al sistema matematico per
fornire ai contemporanei un metodo di calcolo rapido applicabile ed applicato alla astronomia, il «retto canone di verità»23. Ad Alessandria un argomento “caldo” cui applicare questo metodo di calcolo a fini astronomici c’era, eccome, argomento delicato e fonte di conflitti tra le diverse chiese cristiane e la chiesa cattolica, e tra questa e la comunità ebraica24. L’argomento riguardava il corretto computo dell’equinozio di primavera necessario per la determinazione del calendario e quindi della corretta data della Pasqua. L’attenzione portata su questo aspetto Ari Belenkiy25 ha scatenato la sollevazione quasi unanime della comunità accademica. Tuttavia gli argomenti dello studioso nella ricostruzione degli antefatti connessi all’assassinio di Ipazia sono tutt’altro che peregrini, a partire dal ruolo giocato nella vicenda dalla ostilità dell’allora vescovo di Alessandria Cirillo nei confronti della chiesa novaziana26 e dalla rilevanza del soglio vescovile di Alessandria nella determinazione della data corretta della Pasqua. Questo ruolo il vescovo se lo era guadagnato nel tempo proprio grazie alla presenza nella città di una autorevole comunità scientifica27 con cui l’episcopato rimane in un rapporto dialogico anche dopo la distruzione dei templi elleni. Il manifesto del dialogo ancora possibile tra un cattolicesimo che si organizza attorno al dogma e una cultura che ritiene imprescindibile la sospensione del giudizio di fronte a ciò che si trova al di fuori del campo dell’esercizio filosofico, è la lettera che in occasione della sua proclamazione a vescovo Sinesio scrive da Cirene al fratello Evopzio, perché ne dia lettura pubblica ad Alessandria al cospetto del vescovo Teofilo responsabile di questa nomina:

È difficile se non in tutto impossibile, scrollarsi di dosso convinzioni che siano state dimostrate scientificamente, e d’altra parte la filosofia spesso ripugna a credenze comunemente vulgate. Orbene non m’indurrò mai a persuadermi che l’anima abbia origine posteriore al corpo; non ammetterò mai che il cosmo e le sue parti sian destinati a insieme perire; quanto alla resurrezione della quale tanto si parla, la ritengo tutt’al più qualcosa di misterioso e ineffabile e son ben lungi dal conformarmi a riguardo alle opinioni del volgo.
[…] Se sarò chiamato all’episcopato, non affetterò di credere in dogmi in cui non credo: ne chiamo a testimoni e Dio e gli uomini. La verità è attributo di Dio e io voglio essere in tutto irreprensibile davanti a lui. Questo soltanto non posso dissimulare
28.

Parole forti quelle di Sinesio, nel segno della parresia ipaziana29, parole che nel 410 sono ancora pronunciabili e, nonostante le quali, Teofilo sceglie di confermarne la nomina a vescovo. Gli equilibri dell’impero di Oriente cambiano rapidamente e nel 414, quando viene nominata Augusta dell’impero di Oriente Pulcheria, la sorella di Teodosio II sostenuta dal partito degli episcopi cattolici, finisce definitivamente il ventennio di governo del cosiddetto partito degli elleni che aveva avuto in Ipazia il proprio simbolo30. Il principale alleato della nuova politica augustale è il nipote di Teofilo, Cirillo, insediatosi a seguito di una sanguinosa lotta contro l’altro candidato che apparteneva alla “setta” novaziana. A conclusione di questa lotta la “setta” dei novaziani viene espropriata dei propri beni ed espulsa dalla città31. È in questo mutato quadro politico-istituzionale che avviene l’assassinio di Ipazia. Secondo il racconto della fonte coeva, Socrate di Costantinopoli, nello spargimento del sangue di Ipazia, nella cancellazione del suo corpo, culmina e si concludono una serie di conflitti che avevano squarciato Alessandria32. Egli racconta questi fatti in tre successivi capitoli della Storia Ecclesiastica: un terribile conflitto tra giudei e cattolici che portò all’espulsione dei giudei da Alessandria, all’inasprimento della tensione tra Cirillo e il prefetto augustale Oreste con il conseguente rifiuto di quest’ultimo di accettare le proposte di pace del vescovo:

poiché Oreste non accoglieva le iniziative per ristabilire l’amicizia, Cirillo gli mise davanti il libro dei Vangeli, pensando di poter indurre Oreste al rispetto con questo espediente. Ma poiché Oreste non si lasciò calmare nemmeno in questo modo e rimase tra loro una guerra senza tregua, accaddero, di conseguenza, i fatti che esporrò33.

L’immagine di Oreste che rifiuta di inchinarsi alla autorità del vescovo armato del canone evangelico è da mettere in collegamento con quanto lo storico scrive nel capitolo dedicato a Ipazia dove è descritto l’assassinio della donna per mano di quegli stessi personaggi che avevano aggredito il prefetto34. La narrazione di questo cruento evento è fatta precedere da una breve e intensa biografia nella quale si sottolinea il suo ruolo autorevole nella città:

Per la magnifica libertà di parola e azione (parresia), che le veniva dalla sua cultura, [Ipazia] accedeva, in modo assennato, al cospetto dei capi della città; non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini. Infatti, a causa della sua straordinaria saggezza, tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale. Per questo motivo allora l’invidia si armò (contro di lei). Poiché, infatti, si incontrava alquanto di frequente con Oreste, l’invidia mise in giro una calunnia su di lei presso il popolo della chiesa, e cioè che fosse lei a non permettere che Oreste si riconciliasse con il vescovo35.

Pare di capire che, per il prefetto augustale, la parola di Ipazia avesse un’autorità superiore a quella del vescovo “armato” del canone evangelico. Proprio come Sinesio, Oreste mostra la sua determinazione a riferirsi a un altro canone di verità. Da qui l’accusa che ricade su Ipazia, di impedire la riconciliazione tra il vescovo e il prefetto.
In che cosa consistette la “nefanda” influenza di Ipazia su Oreste tale da indurre una reazione tanto violenta in una parte della popolazione cattolica? Secondo Esichio:

Questo accadde per l’invidia e per la sua straordinaria sapienza, massimamente nelle cose che riguardano l’astronomia36.

Socrate, che non menziona mai il lavoro astronomico di Ipazia – con una omissione che non è da ritenersi casuale -, lascia a mio parere una traccia attraverso il dettaglio con cui riferisce il tempo della morte di Ipazia37:

era il mese di marzo durante del periodo del digiuno38.

Con l’espressione “periodo del digiuno” Socrate indica il periodo della Quaresima che nel IV/V sec. seguiva ancora pratiche diverse e aveva una durata variabile dalle sei alle otto settimane39. Socrate ci sta forse dicendo che tutto ciò avveniva non senza un collegamento con la festa della Pasqua? Il computo cristiano della Pasqua adottato da Teofilo e Cirillo era meno corretto di quello adottato da tempo dai giudei40. L’errore di calcolo va attribuito a Tolemeo, e questo errore, secondo quanto riferisce Tihon41, fu ufficialmente corretto nel XIV sec. da Niceforo Gregora e il monaco calabrese Barlaam42. Contemporanei e rivali tra loro, i due eruditi bizantini arrivano alla conclusione che c’era un errore di due giorni nel calcolo della data dell’equinozio senza però saperne tirare le conseguenze per i connessi problemi astronomici43. Probabilmente attingendo da una fonte comune, i due eruditi ripetevano senza avere gli strumenti per andare oltre44. Quale manoscritto avevano davanti? Per cercare di individuarlo è necessario andare a ritroso nel tempo, facendo lo stesso salto che la tradizione astronomica fece nel mondo bizantino inabissandosi dal VII fino al IX sec. d.C., quando lentamente ripartì per poi fiorire di nuovo nel XIV sec.45 Sappiamo che nel VII sec. fu attivo a Costantinopoli un astronomo, formatosi alla scuola di Alessandria e richiamato nella capitale dall’imperatore Eraclio. A questo Stefano di Alessandria46 viene attribuito un trattato che propone un metodo per il calcolo della data della Pasqua. La notizia è data anche questa volta da Tihon47 che al contempo ricorda che questo trattato, «pose de curieux problèmes au niveau de la tradition manuscrite»48: esso per esempio è attribuito talvolta all’imperatore Eraclio49 o è tramandato in forma anonima come nel Marc. Gr. 32550. In questo manoscritto, con ogni evidenza di proprietà di Niceforo Gregora, «une main postérieure a ajouté une note51 disant que ce traité n’est pas de Théon mais d’un auteur plus recent». L’opera di Stefano d’Alessandria e anche lo scritto che ricorre diverse volte in forma anonima nella tradizione52 sono a tutt’oggi inediti53. Studi mirati potrebbero permettere di capire se anche Stefano stia attingendo da una fonte precedente che a questo punto non potrebbe che essere il Canone astronomico di Ipazia. È necessario continuare a lavorare in questa direzione per poter comprendere se sia fondato pensare che la causa scatenante dell’assassinio di Ipazia sia effettivamente connessa con le sue ricerche astronomiche e se sia stata effettivamente questa correzione del calcolo dell’equinozio di primavera uno degli apporti innovativi del genio della “celebre filosofa della quale si tramandano grandi cose”54.

Gemma Beretta
Firenze 28 marzo 2024

  1. AMM. MARC. Res gestae, XXII 16, 7-12. ↩︎
  2. PALLAD., Anth, Pal. IX 175 e AP IX 441. ↩︎
  3. SOCR. Hist. Eccl., VI, 16. ↩︎
  4. La sottolineatura della rilevanza di questo viaggio nei termini di spostamento rapportato ai mezzi di allora è di uno studioso con il quale ho avuto il piacere di dialogare in occasione di un seminario dedicato a Ipazia tenutosi all’Università degli Studi di Verona nel 2010. Tra i suoi scritti vedi TERUEL, Ipazia d’Alessandria, pp. 20-45. ↩︎
  5. Dall’epistolario di Sinesio sappiamo che nella cerchia di Ipazia vi erano uomini di Cirene, Siria, Costantinopoli oltre
    che di Alessandria. Vedi LACOMBRADE, Synésios, pp. 50-56 e DZIELSKA, Ipazia e la sua cerchia intellettuale. ↩︎
  6. SOCR. Hist. Ecc., VII 15, 1, traduzione mia. ↩︎
  7. In questa caratteristica politica Socrate riconosce l’eredità plotiniana di Ipazia. Vedi BERETTA, Ipazia d’Alessandria,
    pp. 102-103. ↩︎
  8. BERETTA, Ipazia d’Alessandria, pp. 94-110. ↩︎
  9. CAVALLO, Ad Alessandria, ipotizza che Ipazia abbia insegnato in uno dei Musei di Alessandria, sorta di aule scolastiche che si erano diffuse di cui sono state recentemente rinvenute le tracce negli scavi archeologici presenti nella città. Questa lettura non è in conflitto con quella che vede Ipazia come erede del Museo più accreditato nel tempo dal punto di vista della ricerca scientifica e a noi noto appunto come il Museo di Alessandria. ↩︎
  10. La sua presenza attiva alla scuola matematica è attestata dal resoconto di due eclissi – una solare l’altra lunare – che osservò ad Alessandria nel 364. Secondo il lessico Suda, II 702, 10-16 Teone continuava la sua attività anche al tempo di Teodosio II (379-395). ↩︎
  11. L’inclinazione di Teone all’insegnamento è testimoniata in THEON, Le «Petit com.» p. 199. ↩︎
  12. SOCR. Hist. Eccl. VII, 15, 1-2; DAM. Vita Isidori, *102 (p. 77, 1-17); PHILOSTORG. Hist. Eccl., VIII, 9. ↩︎
  13. THEON, Comm. In Ptol. Syn math, vol III, p. 807, traduzione mia. CAVALLO, Ad Alessandria, ha proposto questa traduzione: «Di Teone di Alessandria al III libro della Sintassi Matematica di Tolemeo commento fatto sulla edizione collazionata da mia figlia Ipazia filosofa». La traduzione di παραναγιγνϝβσϰειν come leggere confrontando/collazionare non tiene però conto del significato tecnico cui il termine rimanda nel contesto delle edizioni di testi matematici. Per questo uso del termine paranagignwvskein si veda CAMERON, Isidore of Miletus and Hypatia, pp. 103-107 e BERETTA, Ipazia d’Alessandria, pp. 58-62. ↩︎
  14. DEAKIN, Hypatia of Alexandria, p. 92. ↩︎
  15. PHILOSTORG. Hist. Eccl., VIII, 9, traduzione mia. ↩︎
  16. SUDA, IV 644, 3-5 traduzione mia. ↩︎
  17. TANNERY, L’article de Suidas sur Hypatia, p. 199. A riguardo, per le correzioni filologiche alla osservazione di Tannery, vedi Fernanda Caizzi Decleva in BERETTA, Ipazia d’Alessandria, 2014, p.65, n. 85. ↩︎
  18. La versione di Tannery ha avuto molto seguito anche negli studi del Novecento, ostacolando una ricerca puntuale sull’opera di Ipazia. D. LA VALLE NORMAN and A. PETKAS, nel volume da loro curato, Hypatia of Alexandria, p. 248, traducendo Hesychius come riportato dalla Suda IV 644,1-11 nella edizione di Ada Adler, rimangono fedeli al testo
    originale: «She wrote a commentary on Diophantus, the Astronomical Canon, and a commentary on the Conics of Apollonius». Nella stessa raccolta di testi, tuttavia, GERTZ, ‘A Mere Geometer?’, pp. 133-150, riporta acriticamente la il testo con l’interpolazione di Tannery. ↩︎
  19. DEAKIN, Hypatia of Alexandria, p. 97. In questo modo Deakin mette un punto rispetto alle moderne ipotesi che si erano poi consolidate come verità e che intendevano alternatamente il Canone astronomico talvolta come lo stesso Sistema matematico di Tolemeo, talvolta come le Tavole facili, talvolta come le Tavole dei re che non sono altro che un catalogo dei re e della loro collocazione cronologica, che si trova all’interno del Sistema matematico. ↩︎
  20. Questo dato è emerso da una ricerca condotta tramite elaboratore su tutti i testi greci contenuti nel Thesaurus Linguae Graecae dell’Università di California (Irvine), versione C. Il termine ‘canone’ in connessione con ‘astrologico’ ricorre solo in PLUT. De intelligentia animalium, 979C. ↩︎
  21. SYN. De dono, [4], p. 547. ↩︎
  22. Ibidem. Dal catalogo delle opere attribuite a Ipazia sappiamo che la filosofa aveva studiato la geometria e l’aritmetica nelle sue opere più avanzate (le Coniche di Apollonio di Perga e l’algebra, come poi sarà chiamata questa branca della aritmetica, di Diofanto) e che quindi a Ipazia deve essere riconosciuto il merito di aver realizzato
    l’accostamento tra lo studio delle coniche e l’algebra diofantea per prima nella storia della scienza. Per la discussione di questo punto rimando a BERETTA, Ipazia d’Alessandria, pp. 68-69. ↩︎
  23. SYN. De dono, [4], p. 545. ↩︎
  24. Sulla questione vedi anche EVIEUX, Introduction, pp. 74-80. ↩︎
  25. BELENKIY, An astronomical murder? e The Novatian ‘Indifferent Canon’. ↩︎
  26. Sul ruolo culturale della chiesa novaziana vedi BERETTA, Socrate di Costantinopoli, pp. 83-88. ↩︎
  27. J. ROUGÉ, La politique de Cyrille d’Alexandrie et le meurtre d’Hypatie, p. 495 e Evieux, Introduction, p. 87. ↩︎
  28. Syn. Ep. 105 pp. 275 -277. ↩︎
  29. Sulla parresia di Ipazia vedi BERETTA, Ipazia d’Alessandria, pp. 185-193 e FERRANDO, Michel Foucault, La politica presa a rovescio, pp. 221-247. ↩︎
  30. BERETTA, Il segno politico di Ipazia. ↩︎
  31. SOCR. Hist. Eccl., VII, 7, 1-5. ↩︎
  32. Ivi, VII, 14, 20. ↩︎
  33. Ivi, VII 13, traduzione mia. ↩︎
  34. Ivi, VII, 15. Nel capitolo VII, 14, 1 si riferisce a monaci provenienti dai monti della Nitria, definiti “uomini dall’animo surriscaldato”. Questa stessa espressione ricorre nel capitolo VII, 15, 5 a proposito degli assassini di Ipazia. ↩︎
  35. SOCR. Hist. Eccl., VII, 15, traduzione mia. ↩︎
  36. SUDA IV 644, 5-8 traduzione mia. ↩︎
  37. La precisione cronologica con cui Socrate identifica il tempo dell’assassinio di Ipazia non è affatto abituale nello storico che, come la maggior parte degli storici della Chiesa tardo antichi, è piuttosto vago in questo tipo di indicazioni. Vedi EVIEUX, Introduction, p. 55. ↩︎
  38. SOCR. Hist. Eccl., VII 15 traduzione mia. ↩︎
  39. Sulle diverse pratiche quaresimali ancora vive nel IV sec. vedi CAMPLANI, Quaresima, pp. 4428 -4432. ↩︎
  40. MONTUCLA, Historie des Mathématiques, pp. 333-334. EVIEUX, Introduction, p. 74, sottolinea che i primi cristiani su conformavano al calendario giudaico per celebrare la Pasqua. ↩︎
  41. TIHON, L’astrononime byzantine, pp. 613. ↩︎
  42. Nemmeno allora, tuttavia, fu permessa la riforma del calendario pasquale. ↩︎
  43. Ibidem. ↩︎
  44. Niceforo Gregora e Barlaam sono due dei massimi esponenti di quella corrente che la Tihon definisce la restaurazione dell’astronomia tolemaica: entrambi, osserva la studiosa, furono maestri nell’arte della predizione e del calcolo delle eclissi secondo il metodo di Tolemeo, rifacendosi entrambi ai testi di Teone. A questo periodo risalgono la maggior parte dei manoscritti a noi pervenuti dall’epoca tardoantica (per esempio più della metà dei 55 manoscritti del Grande commentario alle Tavole facili di Teone risalgono a questo periodo). ↩︎
  45. TIHON, L’astrononime byzantine, pp. 608-609. ↩︎
  46. Secondo TIHON, L’astrononime byzantine, p. 608, Stefano d’Alessandria è uno degli ultimi sapienti conosciuti della scuola di Alessandria prima della conquista araba nel 640. Fu chiamato a Costantinopoli dall’imperatore Eraclio (610- 640) per riorganizzare l’Università e rappresenta un primo tentativo di inserire l’insegnamento della astronomia a Costantinopoli. Tentativo che non avrà seguito, dal momento che la traccia di studi scientifici di questo tipo ricompare solo nel IX sec. ↩︎
  47. Ibidem. ↩︎
  48. Ibidem. ↩︎
  49. Eraclio non aveva certamente le competenze necessarie per scrivere un trattato del genere THION, L’astrononime byzantine, p. 608 ↩︎
  50. Come già notato da J. Rougé, La politique de Cyrille d’Alexandrie et le meurtre d’Hypatie, cit., p. 496 è proprio dalla testimonianza di Niceforo Gregora, peraltro, che sappiamo che il ricordo di Ipazia sopravvisse a lungo nella mente dei bizantini. In un passo della Historia Romana, infatti, Niceforo riferisce che Eudocia, moglie in seconde nozze del figlio di Andronico II (1282-1328), veniva chiamata dai sapienti del suo tempo “seconda Teano pitagorica o seconda
    Ipazia” (Niceforo Gregora, Historia Romana, VIII 3,2, PG. 148, col. 469). Non è escluso quindi che al tempo di Niceforo gli scritti astronomici di Ipazia fossero ancora accessibili o che fossero riemersi proprio in quel periodo grazie al monumentale lavoro di edizione dei testi antichi patrocinato dall’illuminata corte di Andronico II. ↩︎
  51. THION, L’astrononime byzantine, p. 608, nota 23. ↩︎
  52. Ivi, p. 608, a riguardo: «Ce traité est inédit et pose de curieux problèmes au niveau de la tradition manuscrite». E ancora, ivi, p. 608, nota 19: «En fait le traité est très souvent anonyme dans les manuscrits: une étude de ceux-ci devrait permettre d’élucider ce problème». Per l’elenco dei manoscritti non ancora editi del testo attribuito a Stefano d’Alessandria si veda ivi, p. 607, nota 18. ↩︎
  53. Disponiamo di un solo studio approfondito su questo personaggio USENER, De Stephano Alexandrino. ↩︎
  54. IOANN. Mal. Chron. XIV ↩︎

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