
Cinisello Balsamo, 18 novembre 1993
Festa in Villa Ghirlanda
Da otto anni a questa parte parlare di Ipazia è per me uno dei piùgrandi piaceri. Lo sa bene chi ha avuto la ventura di condividerli con me. Ma questa sera non parlerò di Ipazia che vi è già stata presentata da Laura Balestrini. Racconterò invece un’altra storia.
Questa storia ha luogo nella campagna lombarda alla fine degli anni ’40 del nostro secolo – non molto tempo fa dunque – quando una madre e un padre si stanno preoccupando dell’avvenire della loro figlia più giovane, l’ultima di dieci fratelli e sorelle viventi (un undicesimo, Enrico, è morto in culla). Lei – la giovane figlia – ha ora terminato la scuola elementare, dell’obbligo. Si tratta di decidere se potrà continuare a studiare con desiderio o se non lo potrà fare.
Oppure non si tratta di decidere ma di volere una cosa piùdell’altra: le possibilità della famiglia sono poche e anche per questo motivo nessuna delle sorelle più grandi ha continuato gli studi. E ognuna di loro – tutte – avrebbe desiderato farlo. Loro – le sei sorelle maggiori – già da tempo hanno un’attività: due sono parrucchiere, una magliaia, una lavora la terra come la madre, una ha scelto la vita religiosa e lavora in ospedale e un’altra si spacca la schiena nelle risaie.
Per un senso di giustizia giusta il padre pensa che anche la piùgiovane debba cominciare a lavorare a undici anni come hanno fatto le altre.
Ma accade un imprevisto: le sorelle fanno un atto di giustizia ingiusta, un atto di ingiustizia. Decidono che diversamente da loro la sorella studierà e loro continueranno a mantenerla agli studi.
Così è accaduto che mia mamma ha realizzato la sua passione di studio è divenuta maestra ed è emigrata dal suo paese natale verso Cinisello Balsamo per trovare lavoro.
Da lei, mia mamma, ho sentito questa storia – che è la mia storia – e io ve l’ho raccontata perché voglio dirvi l’origine dello slancio – come lo chiama la mia amica Angela Alioli, che si è in parte concretizzato in questo libro – ‘la creatura’ che festeggiamo.
Ora che ho raccontato questa storia salto dall’origine alla vicenda più prossima di questo libro.
Voglio così rispondere agli interrogativi che molti e molte di voi mi hanno rivolto: come ti è venuta l’idea? Come si è svolta la ricerca? Come sei arrivata alla pubblicazione?
Come è nata questa passione? Questa storia d’amore – come l’ha chiamata Laura Balestrini – per una donna vissuta 1500 anni fa, in una terra lontana come l’Egitto?
Comincia nel 1985 mentre preparo il primo esame della storia della filosofia antica. Allora tra gli altri libri dovevamo studiare quattro volumi che raccontavano la storia dei filosofi dall’VIII sec. a.C. fino al VII d.C.
A pagina 691 del IV volume trovo una sorpresa. Qui si parla ‘di una eccezionale figura di donna, la celebre Ipazia’ della quale si tessono elogi per 7 righe. Tanti elogi per sole 7 righe che si concludono così:
“il suo vasto sapere e il suo influsso notevole le provocarono l’avversione dei cristiani dei quali cadde vittima nel 415 d.C.”
Una morte strana. Ma non troppo strana. Io volevo capire ‘perché e come’ i cristiani avessero fatto tanto male a quella donna antica. C’era un’altra curiosita più intimamente personale, ma ci tornerò dopo – Ipazia era figlia di un geometra.
Così ho cominciato a indagare… e a disperarmi perchè sembrava non esserci nulla o quasi nulla.
La ‘celebre Ipazia’ – celebre come assicurava il libro di storia della filosofia – sembrava completamente dimenticata.
Ma non era così. L’ho scoperto incontrando Laura Balestrini che allora frequentava come me l’Università. Attraverso Laura ho scoperto che esisteva/esiste una società femminile – come quella delle nostre nonne che si trovavano a ‘fare filo’, a parlare nelle stalle alla sera – che si tramandava la storia di Ipazia – veramente celebre – per sentito dire. Una tradizione orale non scritta cui io stessa appartengo.
Lo sa bene la mia amica Cristina Bellini che più di ogni altra mi ha ascoltata con pazienza in questi anni: a un certo punto abbiamo cessato di parlare di amori e lacrime e lei mi ha ascoltata e aiutata a capire Ipazia.
Come questa tradizione orale è diventata almeno in parte testo scritto?
Nel 1988 sono andata a parlare con la prof Fernanda Caizzi Decleva che è la stessa prof del primo esame in cui ho incontrato Ipazia.
Anche lei conosceva Ipazia di nome e voleva saperne di più. Mi ha insegnato come fare iniziandomi a quella strana scienza che si chiama filologia – una scienza che insegna a prendersi cura delle parole. Questa cura attenta ha fatto ‘saltar fuori’ dalle parole che hanno tramandato memoria scritta di Ipazia notizie impensate.
Infatti voi ora vi spaventate a vedere il libro di trecento pagine e vi chiedete: ma come è possibile?
Ovviamente non vi rispondo e vi lascio il dubbio e, mi auguro, il piacere della scoperta.
Il lavoro di ricerca è quindi conferito nella mia tesi di laurea che, come sapete, è una sorta di libro scritto in collaborazione con una docente.
Il passaggio successivo che ha portato a questo libro sono in verità due o tre passaggi che hanno permesso che questa ricerca uscisse dall’Università per essere qui nelle strade. Come è successo? È semplice: era già per le strade.
La storia di Ipazia era molto attesa da tutte quelle donne che la amavano senza conoscerla e così molte di loro mi hanno chiesto di leggere la tesi.
In particolare, tra le altre, l’ha letto Luisa Muraro con la quale Laura Balestrini ed io lavoriamo in Libreria delle donne – facciamo la rivista che si chiama Via Dogana.
Luisa Muraro dirige questa “quasi collana” di Editori Riuniti. Ha trovato il lavoro interessante per la storia che racconta, per il metodo di lavoro e, non ultimo, per il fatto che mostra un’università che fa ricerca. Quindi mi ha proposto la pubblicazione.
D’accordo con la mia prof ho contrattato un anno di lavoro extra e il secondo passaggio è un premio vinto dalla tesi e orientato a sostenerne proprio la pubblicazione.
Il terzo passaggio è il presente della ricerca. Racconta la storia di Ipazia che, figlia di un ‘geometra’ – cioè di un matematico – apprese da lui l’amore per questo sapere e divenne così brava da far fare uno scatto in più alla ricerca paterna.
Io che sono figlia di un padre geometra che ama la matematica e ha sempre cercato di farmene capire l’importanza – ma senza successo – mi chiedo ora come sia possibile questo passaggio di sapere tra un padre e una figlia e quali conseguenze questo abbia oggi. Nella mia vita e nella nostra storia.