di Socrate di Costantinopoli, traduzione a cura di Gemma Beretta

A Alessandria viveva una donna di nome Ipazia; era figlia del filosofo Teone. Ella giunse a un tale grado di cultura, che superò di gran lunga tutti i filosofi suoi contemporanei, ereditò la scuola platonica che era stata richiamata in vita da Plotino, e spiegava tutte le discipline filosofiche a chiunque lo desiderasse. Perciò chiunque desiderasse pensare in modo filosofico correva da lei da ogni parte. Per la magnifica libertà di parola e azione, che le veniva dalla sua cultura, accedeva, in modo assennato, al cospetto dei capi della città; non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini. Infatti, a causa della sua straordinaria saggezza, tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale. Per questo motivo allora l’invidia si armò (contro di lei). Poiché, infatti, si incontrava alquanto di frequente con Oreste, l’invidia mise in giro una calunnia su di lei presso il popolo della chiesa, e cioè che fosse lei a non permettere che Oreste si riconciliasse con il vescovo. Alcuni uomini dall’animo surriscaldato, guidati da un lettore di nome Pietro, si misero d’accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno a casa. Tiratala giù dal carro la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome di Cesario: qui, strappatele la veste, la uccisero (colpendola) con i cocci. Dopo che l’ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati questi pezzi al cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia di lei nel fuoco. Questo procurò biasimo non piccolo a Cirillo e alla chiesa di Alessandria (degli alessandrini). Infatti stragi, lotte e azioni simili a queste sono del tutto estranee a coloro che meditano le parole di Cristo. Questi fatti avvennero nel quarto anno dell’episcopato di Cirillo, nel decimo del consolato di Onorio e nel sesto di Teodosio; era il mese di marzo durante il periodo del digiuno.